europe_hopes
08/09/2016, 13:27



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 DEADLINE: 10 September!! Course for Youth workers in MURCIA, Spain (10 -16 October 2016)





For Italians: the association Europe HOpes is selecting 3 (ITALIAN NATIONALITY) Youth workers or Young people with experience in volunteering to attend a course in MURCIA, Spain, from 10 to 16 October.
Organisation: Association PRORISE: //asociacionprorise.com//
Travel reimbursed.
Accommodation and food included.
Travel reimbursed.
Contribute: 30 €

For more information or to apply, write to: beready4eu@gmail.com

DEADLINE: 10 September!!
27/06/2016, 10:54



Brexit:-Ue-al-bivio-tra-"nucleo-duro"-e-integrazione-per-aree-strategiche--


 Tre giorni dopo il voto del Regno Unito sull’uscita dall’Ue, lo shock per la Brexit può considerarsi smaltito e si comincia a pensare all’aspetto che dovrà avere l’Europa del futuro, con un occhio alle cause di quanto successo.



Author: Angelo Amante


Tre giorni dopo il voto del Regno Unito sull’uscita dall’Ue, lo shock per la Brexit può considerarsi smaltito e si comincia a pensare all’aspetto che dovrà avere l’Europa del futuro, con un occhio alle cause di quanto successo.
Il quasi ex primo ministro britannico David Cameron si è dimostrato un irresponsabile. Il referendum è stato una mossa politica per trionfare alle elezioni nazionali dello scorso anno. Promettendo la consultazione, Cameron è riuscito in un colpo solo a ricompattare il suo partito - che dai tempi della Thatcher deve fare i conti con una cospicua ala euroscettica - e a rubare voti all’Ukip, il partito dell’eurodeputato e leader anti-Ue Nigel Farage, che oltre vent’anni fa abbandonò i Tories in polemica con la decisione di firmare il trattato di Maastricht. Usando una felice espressione impiegata dal Guardian il giorno dopo il voto, Cameron è rimasto infilzato nella sua stessa spada. Da leader forte di un massiccio consenso popolare, a principale artefice di quella che potrebbe essere una catastrofe per il Regno Unito e per l’Europa. Cameron ha annunciato le proprie dimissioni, che però diverranno esecutive solo quando sarà scelto un nuovo leader dei Conservatori, che sarà anche il prossimo premier. Tra i papabili c’è Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra che lo ha sfidato guidando il fronte del Leave. Proprio quest’ultimo dato rende l’idea della vera posta in gioco di questa campagnanelettorale, almeno per i politici britannici. Molti commentatori hanno osservato come il referendum si sia risolto in una faida interna ai Tories, con il fu europeista Johnson che si è schierato cinicamente per il Leave allo scopo di strappare il governo a Cameron. Non è stato migliore il comportamento dei laburisti. Il capogruppo socialista in Parlamento europeo Gianni Pittella ha negato ogni responsabilità del Labour, che pure si era schierato per l’Europa, nella disfatta del fronte Remain. Le colpe dei laburisti ci sono eccome, e sono le stesse di tutta la sinistra europea. La fase più grave della crisi che sta colpendo l’Ue si è aperta quando le difficoltà economiche si sono intrecciate con l’emergenza migranti.
Le autorità di Bruxelles, legate ai rigidi parametri di Maastricht e al Fiscal compact e osteggiate dai governi degli stati membri nei loro modesti piani di redistribuzione dei profughi, non hanno saputo reagire. A farne le spese sono stati i ceti medi e quelli più bassi, l’elettorato tradizionale della sinistra già penalizzato dalla globalizzazione. In tutti i Paesi, le forze riformiste non sono state capaci di parlare al loro popolo, impoverito, spaventato dal futuro e arrabbiato con l’attuale classe dirigente. Abbandonati a sé stessi, questi elettori sono diventati facile preda dei Farage, Le Pen, Grillo, Salvini. La destra xenofoba e anti-europea offre soluzioni semplici e colpevoli riconoscibili. La grigia burocrazia di Bruxelles, i banchieri, le lobby, le grandi multinazionali, gli immigrati. L’Unione europea diventa il cavallo di Troia della globalizzazione. Esserne membri equivale a spalancare i robusti portoni della cittadella. Il referendum, più che uno scontro tra vecchi e giovani - dato che la grande maggioranza dei ragazzi non è andata a votare - è stata l’ennesima battaglia nella guerra tra ricchi e poveri che sta squassando il continente. Emblematico è il caso di Sunderland, città industriale a pochi chilometri da Newcastle, una vecchia roccaforte laburista che ha ricevuto corposi finanziamenti dall’Ue. Ciò nonostante, il 61% degli abitanti ha votato per il Leave. La crisi dell’Europa è anche la crisi della sinistra.
Che fare adesso? Il crollo verticale della sterlina, che ha toccato i livelli minimi dal 1985, ha terrorizzato in mercati di tutto il mondo. Il giorno dopo il referendum, le borse europee hanno bruciato 637 miliardi di euro. Gli analisti sono concordi nel dire che le peggiori conseguenze si vedranno nel medio-lungo periodo, ma già oggi i segnali sono preoccupanti. L’instabilità politico-finanziaria provocata dalla Brexit potrebbe far precipitare il continente in un’altra crisi economica, che disincentiverà gli investimenti dall’esterno con effetti nefasti sui Paesi già di per sé fragili, tra cui l’Italia. Non solo: la crepa tra gli alleati occidentali aperta dal referendum britannico potrebbe mettere a rischio anche il nostro sistema di sicurezza, in una fase di nuova aggressività della Russia. Nonostante gli scopi militari dell’Unione siano secondari, la sua capacità di aggregare la maggior parte degli stati europei ha creato un meccanismo di cooperazione a tutto tondo, parallelo a quello della NATO. Una eventuale elezione alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha già annunciato di voler chiedere agli europei più soldi per finanziare l’Alleanza Atlantica, potrebbe aprire una crisi ancor più seria.
I ministri degli Esteri dei sei stati fondatori dell’Ue hanno auspicato un’uscita rapida di Londra, per accorciare il più possibile l’incertezza politica ed economica che aleggia sull’Unione. Nel documento redatto dai Sei c’è anche un accenno, seppur implicito, all’Europa "a due velocità", vale a dire una integrazione differenziata che permetta di rimanere indietro a chi lo desidera senza pregiudicare l’avanzamento della cooperazione tra gli altri. Il "nucleo duro" dovrebbe essere formato dai Paesi che vogliono una collaborazione più ampia ed effettiva. In questo modo l’Ue potrebbe rispondere ai bisogni del presente senza dover sottostare ai diktat imposti da chi è allergico a Bruxelles. Una scossa al progetto originario dunque, che si è arenato dopo la bocciatura del trattato costituzionale con i referendum tenutisi in Francia e Olanda nel 2005 e che si è smarrito tra le pieghe dell’austerity imposta dopo la crisi economica.
Ma potrebbe esserci un’altra strada.
Uno dei problemi dell’Ue è che le vengono negate una serie di competenze che al giorno d’oggi sarebbe utile concentrare a livello sovranazionale. Gli stati potrebbero scegliere di intensificare la cooperazione nelle aree nevralgiche, abbandonando le residue velleità federaliste.
Ci sarebbe bisogno di una polizia europea, per far fronte all’emergenza jihadista che gonfia le vele della destra xenofoba. L’Unione dovrebbe essere investita di più poteri per gestire l’emergenza migranti, distribuendo d’autorità i profughi tra i Paesi membri affinché ci sia un’accoglienza adeguata e non si vedano più scene come quelle di Calais o di Ventimiglia. Soprattutto, una gestione europea dell’emergenza appare l’unica via per mostrare ai cittadini che si sta facendo qualcosa, che i governi non giocano a scaricabarile e che i loro Paesi non sono soli.
Infine, l’Ue dovrebbe poter sviluppare piani più incisivi per far fronte alla disoccupazione che sta dilaniando il continente. Con una crescita così bassa, creare nuovi posti di lavoro è difficile. Dall’altra parte è necessario allentare il controllo di Bruxelles sui bilanci degli stati membri, ferma restando quel minimo di disciplina necessaria a salvaguardare la stabilità dell’eurozona.
Come ha efficacemente osservato il professor Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, l’eccessivo zelo della Commissione nel far rispettare le regole economiche scritte nei trattati, si è tradotto in un dirigismo che non si addice allo spirito liberale che sottostà all’intera costruzione europea. L’austerità ha legato le mani ai governi nazionali, allungando la crisi e rendendo più difficile la ripresa. La flessibilità concessa finora non basta. I governi nazionali devono essere liberi di provvedere alle specifiche necessità dei loro cittadini senza temere procedure di infrazione.  Se l’Unione vuole sopravvivere, dovrà mostrarsi più elastica con chi vuole adottare politiche economiche espansive e assolutamente intransigente con chi costruisce muri e stende filo spinato al confine.
La strada da intraprendere metterà alla prova questa nostra Unione europea chiamata ad un salto di qualità storico: sarà la volta buona per realizzare il sogno dei padri fondatori?

To be continued...
20/06/2016, 02:17



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